Un'aula non fatta di banchi: l'inglese alla Scuola dell'Infanzia di Soprazocco
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L'anno scorso le mie serate finivano tutte allo stesso modo: io, il computer e una pagina riscritta per la quarta volta. Stavo costruendo il percorso di otto settimane per le famiglie, e ogni idea la provavo prima a casa, con i miei figli, prima di scriverla per qualcun altro.
Quando il percorso è uscito, sono arrivati i messaggi dei genitori: la prima canzoncina cantata senza che nessuno la chiedesse, la prima risposta in inglese che non era un esercizio. Pensavo che la mia strada fosse quella: continuare a costruire per le famiglie, una alla volta.
Poi, una mattina di fine giugno, è arrivato un messaggio diverso. Era la dirigente di un nido e scuola dell'infanzia, che mi chiedeva se quello che avevo costruito per le famiglie potesse avere senso anche dentro un'aula. Era in realtà un pensiero che tenevo in sospeso da tempo, quasi senza dirlo a me stessa.
L'entusiasmo iniziale è stato subito accompagnato da un sentimento di forte responsabilità: un conto è un metodo che un genitore legge a casa sua, al suo ritmo; un altro è vederlo entrare nella giornata di bambini di due, tre, quattro anni, in un luogo che non è il mio.
Così ci ho lavorato per due mesi e ho ripensato tutto da capo: non adattando il percorso per le famiglie, ma costruendone uno nuovo, pensato per i tempi, gli spazi e le persone di una scuola.
A fine settembre il percorso è partito. Non so ancora se andrà esattamente come me lo immagino: dura tutto l'anno scolastico, e i bambini hanno i loro tempi, che non sempre seguono le previsioni degli adulti. Però posso raccontare com'è cominciato e dove siamo adesso. Mi sembra più onesto che aspettare maggio e presentare un risultato già confezionato.
La scuola è la Scuola dell'Infanzia di Soprazocco, a Gavardo, in provincia di Brescia: un nido, "Il bosco delle meraviglie", e una scuola dell'infanzia, circondati dal verde.
Una scuola nel bosco
A Soprazocco il bosco non è solo un luogo: è un modo di educare. Nella pedagogia della scuola il bambino è un esploratore e l'adulto lo accompagna: osserva, interviene quando serve, senza dirigere ogni passo. La scuola parla di esperienze "imperfette, imprevedibili, ma vere", e tra i verbi che guidano le sue giornate ci sono accogliere gli errori, rallentare, rischiare per sbagliare e imparare.
Leggendo questi principi, ci ho ritrovato quasi la descrizione di come io immagino l'inglese a quell'età. Non una materia da insegnare, ma qualcosa che si incontra lungo la giornata, al ritmo di ciascun bambino, dove sbagliare non è un problema ma parte del percorso.
Vale per i bambini, e vale anche per le educatrici.
Il fatto che fosse stata la dirigente a cercarmi ha cambiato tutto: non dovevo convincere nessuno che l'idea avesse senso. Dovevo farla funzionare.
Ripensare tutto per una scuola
A casa le routine sono la colazione, il bagnetto, la nanna. A scuola sono altre: l'accoglienza, il riordino, la merenda, il passaggio da un'attività all'altra, i saluti. E soprattutto a scuola non c'è un genitore con il suo bambino, ma più educatrici con un gruppo, con turni che si incastrano e bambini che arrivano a orari diversi.
Ho passato settimane a studiare proprio questo: chi c'è, quando, con quali bambini. Volevo che fosse il percorso ad adattarsi all'organizzazione reale della scuola, e non il contrario.
Restava da decidere da quale momento della giornata far entrare l’inglese per primo. L’accoglienza sembrava la scelta più naturale, ed è quella su cui ho avuto più ripensamenti: a inizio anno è anche il momento più delicato, quello del distacco dal genitore, e non volevo che un bambino associasse la nuova lingua a un momento già difficile. Così ho lasciato che fossero le educatrici a scegliere la routine da cui partire, con un solo criterio in più: che fosse un momento sereno.
Un sabato mattina
La formazione è stata un sabato di fine settembre. Le educatrici erano lì nel loro giorno libero, e non è un dettaglio: è la prima cosa per cui le ho ringraziate.
Non abbiamo iniziato dall'inglese. Abbiamo iniziato dalla paura dell'inglese. Quasi tutti ci portiamo dietro un'idea della lingua fatta di verifiche, correzioni, brutte figure. Prima di chiedere a qualcuno di usarla davanti a dei bambini, bisognava dargli il permesso di farlo in modo imperfetto. Ognuna ha raccontato cosa la preoccupava di più.
Poi abbiamo lavorato per gruppi, nido da una parte e materna dall'altra. Avevo immaginato che alla materna ognuna lavorasse per conto suo, e invece hanno scelto di farlo insieme. Ho lasciato fare: era un segnale che il gruppo voleva sostenersi, e non c'era motivo di forzare il progetto che avevo in testa.
Entrambi i gruppi hanno scelto le transizioni, i momenti in cui si passa da una cosa all'altra. Alla materna sono nate frasi come line up!, boots on e boots off, clean up. Al nido, dove al bagno ci si sposta tutti insieme a trenino, il momento è diventato toilet train. Non era nel mio kit: è un'espressione loro, nata dalla loro routine. È esattamente il tipo di inglese che speravo nascesse lì dentro.
Alla fine della mattinata ognuna è uscita con quattro o cinque frasi sue, da usare dal lunedì. E senza paura di iniziare, che era la cosa che mi importava di più.
Le prime quattro settimane
Dopo la formazione è iniziata la parte che conta: le frasi dentro le giornate vere, ogni giorno. Con un ritmo pensato sui tempi dei bambini, senza fretta di aggiungere, perché prima di andare avanti voglio vedere i segnali: se capiscono, se associano la frase al momento giusto, se qualcuno la ripete da solo.
Dopo quattro settimane, le educatrici mi raccontano che i bambini reagiscono bene alle espressioni. Spesso anticipano: capiscono cosa sta per succedere appena sentono la frase, prima ancora del gesto. E qualcuno ha cominciato a ripeterle da solo.
È esattamente quello che ci si deve aspettare a questo punto. La comprensione arriva molto prima delle parole: un bambino che anticipa una routine sentendola in inglese ha già capito, anche se non dice niente. Le parole arriveranno, con i loro tempi. Il nostro compito è non avere fretta.
Anche le famiglie
Il 21 ottobre ho raccontato il progetto ai genitori del nido e della scuola dell’infanzia, durante le riunioni di programmazione. Ho trovato famiglie contente di sapere che i loro bambini stanno incontrando l’inglese così, dentro giornate che già conoscono. La dirigente ha invitato i genitori a dargli spazio anche a casa e ha accennato alla possibilità di coinvolgerli più da vicino nella seconda parte dell’anno.
È un passaggio a cui terrei molto. Questo metodo è nato in una casa, è entrato in una scuola, e forse, passando da lì, potrà tornare in altre case.
Cosa succede adesso
Il percorso continua per tutto l'anno, con tre momenti di confronto: a novembre, a febbraio e a maggio. Durante ogni incontro guardiamo insieme cosa sta funzionando, cosa no, e se è il momento di aggiungere frasi nuove o di portare l'inglese in un'altra routine. Non c'è un programma da completare. C'è una lingua che, se tutto va come spero, diventa un po' alla volta parte della giornata.
Quest'estate, quando tutto era ancora sulla carta, mi ero scritta una speranza: che un'aula potesse smettere di "fare inglese" per iniziare a viverlo, anche solo nei saluti del mattino. Non siamo partiti dai saluti, alla fine. Siamo partiti da un trenino che va in bagno e da un paio di stivali da togliere.
Mi sembra un buon inizio.
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